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IL SILENZIO NON È SOLO TACERE. IL SILENZIO È UNA NOBILE AZIONE

Il silenzio nella relazione d’amore può assumere molte sfumature: provocatorio, vendicativo, distratto, permissivo, rabbioso.
Altre volte può essere pacificante, aggregante, riposante un elemento di profonda unione.

In rari ma ottimi casi il silenzio può essere risolutivo: quando il potere del silenzio è agito consapevolmente dal centro della ruota della tempesta, il silenzio è un profondo agente di trasformazione.
In questo caso non si tratta solo di tacere accondiscendendo ma di fare quiete.
Allora il silenzio si fa soglia verso la realtà.
Cessati i battibecchi, le rivendicazioni, le autodifese il silenzio apre le porte dell’azione regale, quell’azione che non ha dubbi e che non lascia dubbi.
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Sono certa che ti sarà capitato spesso di avere la sensazione che le parole, le spiegazioni, le richieste, le affermazioni di potere (i paletti), non portino alla maggiore comprensione.
Hai certamente già sperimentato che depistano da ciò che vorresti ottenere a suon di parole al vento.
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L’ostinazione nella spiegazione di se stessi, delle proprie ragioni “Tu non sai che…”
Le obiezioni: “Tu avevi detto”; “Io ti avevo detto”
Le promesse non mantenute, i paletti saltati a piè pari … sono l’alimento della sterile polemica.
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Già. La polemica, il cui significato riporta a bellicoso, guerresco, può essere utile quanto sterile.
È utile solo se aiuta a definire obiettivi certi – io lavo i piatti il lunedì- tu porti fuori il cane tutte le sere.
In caso contrario, quando il tono del discorso si ammanta di “io mai”; “tu sempre”; “d’ora in poi non sarà più così (così come?)”, la polemica diventa un vuoto esercizio di prepotenza del pensiero e della parola.
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Forse ti sei sentita, sentito, incapace di spiegarti.
Oppure hai tacciato l’altro di “non capire”.
Ora ti lancio una domanda-bomba.
Personalmente quando ho cominciato ad utilizzare interiormente questa domanda la relazione che avevo in quel momento ha cambiato completamente qualità.
La domanda è:

Quando dico all’altro che non capisce, chi non capisce?

Questa domanda lascia spesso basite le persone a cui la offro.
La sua profondità e le sue implicazioni non si rivelano immediatamente.

Ero innamorata persa e il mio cuore, saldamente attaccato alla mia mente, non dava la possibilità di una vita senza S.
I discorsi sul senso della vita, sui modi di avere cura di sé, i grandi temi filosofici e religiosi che condividevamo non aiutavano il piano pratico della vita.
L’uso del tempo, le direzioni quotidiane, l’ordine della casa, gli impegni economici facevano deragliare quotidianamente il nostro stare bene insieme.
Filosofia e bollette erano come il fuoco bagnato.
Dall’uso del bagno alle stoviglie si celebravano lotte intestine per la sopravvivenza prive di soluzione.
L’arte della logica non era possibile, dato che non condividevamo lo stesso modo di “abitare” ma, da grandi intelligentoni quali eravamo, il nostro eloquio su una tazza sporca poteva durare ore e tirare in ballo da Eckhart Tolle a Platone.
Il mio tentativo di cambiare lui, e il suo di cambiare me, era semplicemente sanguinoso per entrambi.
Un mio terapeuta d’anima mi ha offerto la fatidica domanda:
“Quando dico all’altro che non capisce, chi non capisce?”
È stata una rivelazione.
Su me stessa.
Ho preso atto di quanto, nel tentativo di avere quello che per me era essenziale, non tenevo conto di quanto fosse essenziale per lui.
Ho ritirato la mia prepotenza o meglio: la mia prepotenza, che prima definivo ragione e buon senso, si è ritirata dentro di me.
Dove prima dilagavo con fiumi di parole, richieste, proteste, si è fatto spazio il silenzio.
Guardavo e finalmente vedevo.
La verità scendeva dentro di me ineluttabilmente, come una dolorosa carezza d’addio.
Con il silenzio ha fatto alba anche la consapevolezza che S. semplicemente non mi stava bene.
Erano anni che forzavo una relazione che non mi “stava bene”.
Le poche parole con cui descrivo questa sensazione non bastano a raccontare l’ampiezza di questa consapevolezza, il suo effetto deflagrante.
Mi sono lucidamente resa conto che io volevo la mia versione di S.
Lasciar accadere le cose, lasciare spazio ai suoi comportamenti naturali senza la mia correzione continua ha aperto uno scenario emotivo completamente diverso.
Lentamente ma inesorabilmente mi sono distaccata fino al punto che il filo che lega cuore e mente si è dissipato.
Mi sono riappropriata della mia solitudine.
La pretesa di appenderla come un cappotto sulle spalle di S. ha mostrato la sua illusione e la sua manipolazione.
La nostra lunga relazione di amore si è affievolita senza strepiti, senza più litigi e le nostre strade si sono divise in modo naturale.
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M. ha fatto il percorso #ÈOraDiAmare mi ha scritto queste parole:
Facciamo con l’altro quello che facciamo con noi stessi.
Non sappiamo chi siamo così non ci diamo il tempo di conoscere l’altro.
Non ci amiamo così come siamo e non siamo in grado di amare l’altro così com’è, così vogliamo essere l’altro senza essere chi siamo e chiediamo continuamente all’altro di cambiare.”

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Proprio così.
Da sconosciuti a noi stessi, infarciti di opinioni e “leggi” familiari e sociali, non siamo in grado nemmeno di distinguere cosa ci piace da cosa non ci piace.
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Il Silenzio è un grande Maestro.
È la tenda sacra che vela il tempio del cuore dove si cela il misterioso segreto su Chi e Cosa si è veramente.

Il silenzio può essere:
Aguzzo. Provocatorio. Soffocante. Liberatorio. Ostinato. Irraggiungibile. Accogliente.
Chiarificatore. Attento. Sospeso. Beatifico. Assordante.
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Silenzio per cercare
Silenzio per trovare

Mettersi in ascolto significa presidiare la soglia del silenzio.
La prima regola del silenzio è tacere.
Si trova il silenzio solo se lo si interroga, non se ci si limita a cercarlo soltanto.
Porre una domanda al silenzio e mettersi in ascolto, crea un profondo silenzio interiore.

Si dice che il silenzio sia per le cose future e per le cose perdute.
Entrambi sono due diversi orizzonti del lontano.

A volte ho percepito che il silenzio è un luogo.
Molti luoghi antichi hanno una particolare sonorità: una vibrazione di “cose ferme”, un cadere del tempo che permette al pensiero di depositarsi e allo spirito di ingigantirsi.
La Sardegna è terra di grandi silenzi.

Per molti mistici il silenzio è il linguaggio della lingua spirituale.
È quella frazione di tempo, una brevissima sosta, fra inspiro ed espiro.
Il ritmo muto di ogni linguaggio, la sua dilatazione, la pausa fra una lettera e un’altra.
Il silenzio, rende le parole vive.

Che colore ha il silenzio per te?

Il silenzio si apre fra l’attesa e la pazienza.
Come ti ci trovi?
Scalpiti?
Ci affondi dentro?
Ti trovi o ti perdi?

Il silenzio è buono, ha la qualità bianca della neutralità.
Sa stare nel rumore, sa sostenerlo, senza reclamare la sua virtù.

Il silenzio è una via di accesso alla quiete, stato nel quale è più facile sentirsi parte della somiglianza con il reale. [2].

Osserva quante volte la parola, cercando unione, ha reso la tua comunicazione divisa e dispersa nei suoi reconditi e plurimi significati.

Al silenzio tocca sostenere il rumore.

Potresti cogliere come, sotto ad ogni rumore, psichico e mentale, vibra il silenzio?

Quando il silenzio compare solitamente il mare emotivo alza le sue onde e lo assale.
Lo sovrasta di pensieri confusi, stancanti. Vicissitudini dello stress, dell’insonnia, dell’inconcludenza.
La normale prevalenza del rumore rende il silenzio remissivo, sottotono, ma persistente, tenace.
Un eroe contro il disturbo.

Puoi pensare che ogni qualvolta il tuo pensiero diventa confuso è perché il silenzio sta reclamando di essere cercato da te?

Nel silenzio il rumore si ritira. Emerge una sorta di rivelazione, a volte il lampo di una intuizione.
Quando è così, poi compare la parola.
Successivamente, attaccata alla nuova parola, si affaccia anche un pensiero e la possibilità di un’azione che sarà nuova e non ripeterà quelle precedenti.
Essendo uscita dallo schema del vecchio rumore, innova.

Al silenzio occorre il silenzio per farsi spazio e luogo.
Il silenzio è una parte ricca dell’assenza.

Il silenzio a volte lascia dietro di sé una catastrofe di legnetti, spilli e bottoni. Vecchie coperte.
Pensieri ormai ridotti al vuoto di senso che manifestano la loro decrepitezza.

Ecco perché il silenzio è una soglia di cambiamento.
Il silenzio fa cambiare. Mette in metamorfosi.

Silenzio e quiete come pace.
Oppure invece il silenzio è una sosta prima della tempesta?
È il momento di cova della burrasca?

Il silenzio è un modo dell’attenzione.
Man mano che gli oggetti del rumore svaporano, il silenzio lascia emergere nuovi pensieri, parole diverse.

Abbassare il rumore fa diventare il silenzio fratello della chiarezza, della cura dovuta a ciò che ami e di ciò che rimane come parte ineludibile di te stessa, te stesso e del tuo reale.

Vale questo per te?

Il silenzio è sfuggire alla cattiva opinione altrui.
Muta resistenza.
Ribellione non polemica. Un atto politico.
Una presenza non violabile.

A casa mia si diceva: “Un bel tacer non fu mai scritto”.

Il silenzio è una porta per la libertà: la possibilità di sfuggire a quanto non si può cambiare.
Non più ribattere.
Non più chiedere.
Non più precisare.
Non più obiettare.
Imparare a stare con le emozioni e le verità che ci sono.

Se vuoi rimarcare qualche cosa, taci.
Se vuoi amplificare l’attenzione su di te, taci.
Se vuoi celebrare uno stato di grazia, taci.
Se vuoi vedere chi è l’altro, come si comporta, cosa manifesta, taci.

Il silenzio è un Amen

Un abbraccio con silenzio.
Olivia

[2] Quale reale? La vita che scorre è reale? Oppure è la manifestazione del Reale? Qual è l’anima dello spirito? È reale quello che senti? È reale ciò che interpreti rispetto ciò che ti accade?

 

 

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