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«Sì, mangiami», disse la rana al topo. «Che ogni morso che prenderai di me sia da te gustato, che tu senta il mio sapore, che iopossa nutrirti».

«Io ti mangio e basta».

La rana, che aveva deciso di donarsi, non era pronta alla nuda fame del topo.
Non era matura per l’indifferenza.
Una sofferenza ribelle e passiva la inchiodava davanti al topo, il Grande Maestro.

Morì al primo morso.
Per il dolore le cedette il cuore, pezziato da denti aguzzi.

Nei secoli  la rana si reincarnò in un topo, lo stesso topo. 
Così anche lei conobbe l’indifferenza.
Conobbe anche il ranoide egocentrismo, l’immenso potere delle vittime.

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